10 Aprile 2007
In un momento di crisi SIAB internazionalizza la filiera
 |
La crisi continua a stringere nella morsa la filiera.
Nonostante tutto, le manifestazioni di settore proliferano coinvolgendo grandi realtà fieristiche. Tanto da far scoppiare una “guerra” tra SIAB Verona e A.B. TECH EXPO Milano.
Italmopa ha, comunque, scelto, puntando tutto su SIAB. Perché?
|
Siamo di fronte ad un accordo che ha un’importante valenza politica - commenta
il Presidente di Italmopa, Ivano Vacondio . SIAB, infatti, è da sempre la nostra fiera,
la fiera della panificazione.
In un momento di grande crisi per tutta la filiera, dall’industria molitoria alla panificazione artigianale (che sta soffrendo per quanto accade nel panorama
dei consumi), ci è sembrato molto importante rafforzare la nostra presenza e dare anche un significato politico alla manifestazione.
Ecco una delle ragioni che ci ha indotto a scegliere SIAB. La decisione di organizzare due fiere contemporaneamente ci ha rattristato: abbiamo combattuto perché ritenevamo
che non si dovesse arrivare a questo punto.
Prima di scegliere SIAB, ho scritto una lettera per tentare di ricomporre i dissidi
e valutare la possibilità di organizzare un’unica fiera, che per il settore sarebbe stata
la cosa migliore. Purtroppo non c’è stato verso: mancavano le condizioni per superare
i dissidi. Dunque, abbiamo scelto Verona: la nostra fiera, con una valenza internazionale rispetto a Milano.
Soprattutto ci ha coinvolto nel Comitato di gestione: un plus importante.
In questa ottica, ci siamo sentiti valorizzati come Associazione, grazie a programmi
di forte internazionalizzazione del settore: una buona prospettiva per ricoprire sempre
al meglio una nicchia, che comunque ha un suo valore.
Sia chiaro: non boicottiamo Milano, ma la nostra attenzione si concentra su Verona”.
Presidente, difficoltà a parte, la filiera offre segnali positivi?
“Il prodotto italiano all’estero, ad esempio la pizza, si sta evolvendo in maniera positiva. Ai più può sembrare cosa futile, invece non lo è. So per certo che alcuni colleghi hanno buone richieste di farina, anche se per ora si parla di quantitativi non molto rilevanti.
Ci sono Paesi come la Russia, gli Stati scandinavi, la Nuova Zelanda e gli Usa dove
la pizza ha registrato un’esplosione dei consumi. Gli operatori chiedono farina italiana per produrre pizza italiana. Per ora, il fenomeno ha una connotazione modesta,
ma le prospettive sono interessanti”.
Parliamo delle emergenze della filiera: è possibile fare un’analisi della genesi delle difficoltà?
“È innegabile che tutta la filiera, sia del grano tenero, sia del grano duro, in questo momento stia attraversando una forte crisi, dovuta fondamentalmente
ad un impoverimento generale del settore.
Tutti gli attori - pastifici, panificatori artigianali e industriali, molini e agricoltori,
da alcuni anni a questa parte soffrono tantissimo dal punto di vista della redditività.
Un esempio su tutti: oggi paghiamo il grano e vendiamo la farina come nel 1998.
È una valutazione che faccio non per dare un’idea delle proporzioni della crisi.
In nove anni non ci sono stati aumenti sulle materie prime, tantomeno sul prodotto finito. Di conseguenza, abbiamo dovuto scaricare i costi logistici ed energetici, senza però avere avuto la possibilità di accrescere prezzi e fatturati. Si tratta di fattori negativi per tutta la filiera. Ecco allora che l’Italmopa, in questi ultimi due anni, ha cercato
di instaurare un dialogo con il mondo agricolo. Ho insistito molto per recuperare
un rapporto critico, ma propositivo, per tentare di uscire da questa situazione.
Il disaccoppiamento, che ha colpito soprattutto il grano duro, e le difficoltà strutturali
del comparto del grano tenero, sono state il punto di partenza per il confronto
con le organizzazioni agricole. Obiettivo: valutare l’ipotesi di costruire, insieme,
un rinnovato recupero di redditività per il settore. Stiamo cercando di riuscirci,
anche se a fatica, tramite accordi di filiera: Sigrad per il grano duro e progetti regionali per il tenero. Ma, per raggiungere tale obiettivo, bisogna partire dalle nostre strutture di stoccaggio.
È inutile parlare di ricerca e di accordi di filiera, per valorizzare materie prime che oggi importiamo con la possibilità di avere un buon riscontro nel territorio, se non siamo
nelle condizioni di tenere separato il prodotto, di poterlo insilare in maniera differenziata
e di offrirlo sul mercato in lotti omogenei per tutto il periodo della commercializzazione. Tutto ciò ci consentirebbe di importare un minor quantitativo di materia prima.
Le nostre strutture, dal punto di vista tecnico, non sono in grado di tenere diviso
il prodotto come oggi viene richiesto. Dieci anni fa, il mercato chiedeva 4 tipi di farina, oggi 20-30 perché lavoriamo a capitolato. In sostanza, il mercato chiede farine personalizzate”.
Il mondo agricolo oppone resistenza?
“L’agricoltura ha i nostri stessi problemi. La verità è che tutti dobbiamo dare un colpo
di reni. Ritengo che la nostra Associazione sia in grado di mettere a disposizione tutte
le informazioni di cui dispone sulle richieste dell’industria di seconda trasformazione, perché il mondo agricolo produca ciò che l’industria chiede.
Non si può fare altrimenti. Anche se in questo campo spesso è successo l’inverso. L’industria di seconda trasformazione vuole stabilità, prezzi fermi per 6-12 mesi.
Per noi, che siamo che facciamo da cerniera fra il mondo agricolo e l’industria, tutto questo comporta problemi importanti che dobbiamo trasmettere al mondo agricolo”.
Ma questo messaggio viene recepito?
“Sul piano teorico, il messaggio viene recepito; in pratica è difficile perché in un Paese dove si produce il 50% del fabbisogno, il prodotto si vende ugualmente.
Quindi, si tende a sottovalutare il messaggio. Credo sia un gravissimo errore.
Lo ripeto: le produzioni cerealicole avranno una ripresa notevole, si tornerà a seminare quantitativi importanti di grano tenero e duro. Ciò che è successo fino ad ora,
è un problema che non riguarda solo l’agricoltura.
Anche la nostra categoria deve fare autocritica, sforzandosi di collaborare maggiormente con il mondo agricolo.
Anche noi, forse, abbiamo sottovalutato i problemi. Non siamo riusciti ad incalzare abbastanza il mondo agricolo, pur avendo fatto passi da gigante perché oggi il settore molitorio ha investito tantissimo.
La quasi totalità degli imprenditori ha, infatti, messo sul piatto cifre proprie e consistenti (al settore è precluso qualsiasi aiuto comunitario e nazionale, com’è giusto che sia),
per rispondere a fondamentali requisiti sanitari e di qualità.
Però la categoria ha commesso un errore, andando non solo a razionalizzare
gli impianti, ma aumentando in maniera consistente le capacità produttive.
Tant’è che oggi ci troviamo con un’offerta, sia nel tenero che nel duro, di gran lunga superiore alla domanda. Questo ha compresso di molto i ricavi, comportando
una concorrenza quasi “cannibalesca” che impoverisce il settore.
È necessario che i nostri imprenditori si apprestino a riorganizzarsi con accordi
tra aziende che permettano razionalizzazione e fusioni degli impianti produttivi”.
Un altro nodo da sciogliere è quello relativo alle bioenergie.
“Come Italmopa siamo per il mercato. Ci rendiamo conto che le decisioni internazionali, come gli accordi di Kyoto e gli impegni presi dal nostro governo, vanno rispettati.
Non vogliamo sostituirci al soggetto politico, col quale anzi desideriamo collaborare.
Il nostro parere? Fermo restando che dovremo usare il 5,75% di carburanti non fossili, allineandoci alle direttive internazionali, ritengo che accordi di filiera nel settore,
che prevedano l’utilizzo in maniera premiante di materia prima nazionale, sia un errore clamoroso.
Innanzitutto perché Bruxelles non permetterebbe assolutamente di concederci questa opportunità, poi perchè, a mio parere, non esiste nel nostro Paese la superficie
per produrre questo quantitativo.
Ergo: passeremmo da un’emergenza energetica ad una alimentare. Il nostro Paese attualmente importa oltre il 50% di grano tenero e duro. Se pensiamo di concludere accordi di filiera nel campo energetico, che prevedano e valorizzino l’utilizzo di materia prima nazionale, dovremo importare maggiori quantitativi per l’uso food. Ci troveremmo così di fronte ad una competizione food e non food che credo non giovi al Paese.
Il mio parere è che, se decideremo di fare bioetanolo e biodiesel in Italia, dovremo importare maggiori quantitativi se non addirittura il prodotto finito da Paesi che hanno condizioni più favorevoli delle nostre”.
Il mondo agricolo è sulla stessa linea?
“Il mondo agricolo sostiene che disponiamo della superficie necessaria per produrre
i quantitativi richiesti dagli impegni internazionali. Noi riteniamo, invece, che queste condizioni non ci siano; altrimenti perchè tali superfici non sono state utilizzate per produrre materia prima per utilizzo molitorio? Un ricorso massiccio alle importazioni
nel nostro Paese, non è assolutamente possibile perché la logistica già ora
è in difficoltà: i trasporti ferroviari non funzionano, abbiamo smantellato alcuni porti,
e le strutture portuali esistenti hanno fondali non competitivi rispetto agli altri Paesi
e la rete viaria è quella che tutti sappiamo. In ogni possibile occasione noi segnaliamo tutto ciò alle istituzioni politiche, affinchè prendano le decisioni più giuste possibili.
Non chiediamo ombrelli e aiuti, vogliamo solo sottolineare elementi che ci sembrano politicamente significativi. Come spesso accade in questo Paese, quando si prendono decisioni importanti, gli effetti positivi prevalgono e si tende a non valutare gli impatti negativi.
È una posizione scomoda, la nostra. Ma non ho timore a portare avanti valutazioni condivise dalla mia Associazione. L’obiettivo è quello di contribuire alla discussione
per giungere a decisioni giuste”.
|