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18 gennaio 2007
Turni di notte: combattere lo stress è possibile.

Intervista ad Antonio Zuliani, docente di Psicologia all’Università di Padova, che insegna agli agenti di polizia locale come affrontare il disagio.

di Delia Sebelin

Durante la giornata di studio dell’ANVU (l’Associazione della polizia locale), organizzato da Avenue Media di Bologna a Milano, per la prima volta il Prof. Antonio Zuliani, dell’Università di Psicologia di Padova, ha parlato agli agenti di come affrontare i disagi legati allo svolgimento dei turni notturni.

Professor Zuliani, perché si parla solo ora di stress da lavoro notturno?

Lo stress c’è da quando ci sono i turni di notte. Se ne parla adesso perché, fortunatamente, è aumentata la richiesta di benessere.

Quali sono le principali problematiche?

Il lavoro notturno comporta, anzitutto, squilibri sul funzionamento biologico della persona. Ogniuno di noi, infatti, possiede un ritmo biologico, chiamato ritmo circadiano, che regola il susseguirsi della veglia e del sonno, del periodo di attività e di quello di riposo. Per tale motivo, ad esempio, quando un passeggero scende da un aereo dopo un viaggio transcontinentale, facilmente soffre di una serie di disturbi legati al brusco cambiamento di fuso orario che vanno sotto il nome di Jet-lag: ossia insonnia, dispepsia, calo della vigilanza e delle performance.

La ragione fondamentale è la desincronizzazione dei ritmi circadiani che manifestano un’inerzia ad adattarsi alle nuove alternanze di luce e buio.

Questo è quello che accade con frequenza a coloro che fanno i turni notturni di lavoro.

Non solo, esiste un ormone che predispone il corpo a un periodo di riposo, la Melatonina. La sua produzione è legata alla scarsa illuminazione. Di di notte la quantità di Melatonina nel sangue aumenta per cui è difficile resistere al bisogno fisiologico di inattività fisica: il fisico tende a ribellarsi a questa mancanza di riposo. La Melatonina, oltre a migliorare il sonno, stimola il sistema immunitario e protegge il sistema nervoso centrale. Possiamo dire che è anche un aiuto contro lo stress.

Quindi il lavoro notturno “scombussola” il nostro “orologio interno”…

Esatto, e il tentativo di fronteggiare la sonnolenza e di resistere ai messaggi che ci invia questo orologio biologico, a lungo andare può provocare diversi disagi, come cefalee, spossatezza, sindromi gastrointestinali (diarrea, costipazione, pesantezza di stomaco, perdita di appetito), dolori e spasmi muscolari, diminuita reattività.

Vivere di notte, poi, induce talvolta a vivere male: i pasti vengono saltati o consumati in maniera frettolosa e il più delle volte freddi, si abusa di bevande stimolanti quali caffè e tè, si tende ad aumentare il consumo di sigarette. Il sonno stesso, quando diventa diurno, arriva a ridursi a 4 - 6 ore contro un bisogno medio di 7 o 9 ore.

Problemi biologici ma anche sociali…

Sì perché un secondo aspetto di rilievo del lavoro notturno riguarda gli equilibri sociali e familiari della persona. Si pensi, per esempio, al turnista e alla sua famiglia: una serie di assenze notturne può spingere il coniuge e i figli ad interrogarsi sulla sua capacità di provvedere sufficientemente in termini di compagnia, intimità, supporto, empatia e protezione.

Inoltre, non è facile trovare il giusto momento per tutte le attività “di contorno” che aiutano l’individuo a sentirsi felice e appagato della propria vita: le attività ricreative, il ritrovarsi con gli amici, il fare la spesa senza dover compromettere il necessario periodo di riposo.

Da trascurare la maggior ansia che accompagna il lavoro notturno di polizia locale.

Di notte si opera in una situazione di isolamento dove vengono a cadere riferimenti ambientali e sociali. Il muoversi lungo una strada di giorno non è la stessa cosa di farlo durante la notte; una strada animata, per quanto confusa possa essere, è sempre più rassicurante di una strada deserta; e incontrare una persona alla luce del sole appare molto più rassicurante che incontrarla al buio.

Certo si tratta di momenti emotivi che tutti riescono a controllare, ma che non per questo non mostrano la loro incidenza sulla sofferenza psicologica individuale.

Cosa si può fare per cercare di ovviare a queste problematiche?

Dal punto di vista personale si possono mettere in atto diverse strategie:

  • non saltare il sonno, ma usare bene il riposo compensativo cercando di dormine in condizioni il più vicine possibile a quelle notturne (buio, silenzio, lunghezza del riposo);
  • alimentarsi adeguatamente: non assumere cibi o liquidi troppo abbondanti dopo il turno notturno e prima del riposo;
  • non cercare sollievo e forza nell’uso di alcool, fumo o stimolanti: dopo un iniziale momento di euforia arrivano a deprimere le risorse personali;
  • mantenersi in buone condizioni fisiche;
  • studiare delle forme di rilassamento prima del sonno: ciò può essere conseguito con una leggera attività fisica, con tecniche di rilassamento;
  • mantenere e/o recuperare il più possibile le routine quotidiane;
  • cercare di mantenere buone relazioni sociali.

Si può intervenire anche a livello organizzativo?

Certamente, per esempio scegliendo il tipo di turnazione migliore, quella “oraria” (ad esempio: due turni di mattina, due turni di pomeriggio, uno turno di notte). Essa si adatta meglio alle esigenze fisiologiche della persone;

Ma da parte delle istituzioni c’è la volontà di intervenire per andare incontro alle esigenze degli operatori?

Si tratta di una difficoltà culturale: è importante che si capisca che investendo nel benessere degli individui, il lavorò ne trarrà vantaggio perché questi saranno più motivati nel lavoro.

Molte istituzioni stanno andando in questa direzione, l’ANVU in primis, che dalla primavera di quest’anno sta promuovendo su tutto il territorio nazionale, in collaborazione con il mio studio, un’indagine sullo stress e il disagio della polizia locale.

 
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